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San Gennà, futtatenne! San Gennaro, il 19 settembre e la maglia del patrono

A Napoli San Gennaro non è un santo qualsiasi. È uno di famiglia. È il vecchio zio a cui si chiede una grazia e insieme si fa una mezza litigata, quello che si prega in ginocchio e poi si rimprovera se le cose vanno storte. È un rapporto che non ha niente di formale: è confidenza pura, fatta di fiducia cieca e sana rassegnazione. Ed è proprio da qui che nasce quel "futtatenne" — letteralmente "fregatene", lascia perdere, non ci pensare — che i napoletani sanno pronunciare come una preghiera laica, una filosofia di sopravvivenza travestita da bestemmia affettuosa.

Prima di arrivare alla maglia, però, mettiamoci comodi. Perché la storia di San Gennaro merita di essere raccontata bene, senza fretta e senza santini da cartolina.

Chi era davvero San Gennaro

Le notizie certe sulla sua vita sono poche, e chi ti racconta il contrario sta ricamando. Quello che le fonti storiche ci consegnano è essenziale ma potente: Gennaro era vescovo di Benevento e fu martirizzato durante la persecuzione dell'imperatore Diocleziano. La sua vicenda comincia con un gesto d'amicizia: Gennaro si reca a far visita a Sossio, diacono di Miseno che era stato arrestato per ordine di Dragonzio, governatore della Campania.

Insieme a lui ci sono il diacono Festo e il lettore Desiderio. I tre intercedono pubblicamente per l'amico prigioniero e si professano cristiani: risultato, vengono arrestati anche loro. La prima condanna era di quelle che facevano spettacolo — essere sbranati dagli orsi nell'anfiteatro di Pozzuoli — ma temendo che il popolo, che parteggiava per i condannati, si ribellasse, il governatore optò per una morte più discreta: la decapitazione. Gennaro fu decapitato nei pressi della Solfatara di Pozzuoli, secondo la tradizione il 19 settembre del 305. Quella data non è un dettaglio da poco: è indicata come giorno del martirio in documenti antichissimi, dal Calendario cartaginese al Martirologio geronimiano fino al Calendario marmoreo di Napoli.

Come Napoli si prese il suo santo

Gennaro era di Benevento, morì a Pozzuoli, eppure è napoletano fino al midollo. Come mai? La risposta sta nei viaggi delle sue reliquie. Il vescovo di Napoli Giovanni I, tra il 413 e il 431, trasferì i resti del santo nelle catacombe di Capodimonte, che da quel momento presero il suo nome. Le spoglie fecero poi altri giri — Benevento, l'Abbazia di Montevergine — prima di tornare definitivamente a casa. Oggi il capo del santo e le due ampolle con il sangue sono custoditi nel Duomo di Napoli, e lì, ogni anno, va in scena il prodigio che tiene il fiato sospeso a una città intera.

San Gennaro, 19 settembre: il miracolo del sangue e la festa

Facciamo un salto indietro. Secondo la tradizione, durante il martirio una nobildonna di nome Eusebia raccolse parte del sangue del vescovo in due ampolle. È quel sangue — rappreso, scuro, solido da oltre milleseicento anni — che tre volte l'anno torna liquido davanti agli occhi di migliaia di fedeli. La testimonianza scritta più antica della liquefazione risale a un documento del 1389, il Chronicon Siculum.

Le tre date non sono casuali, e ognuna ha il suo significato:

  • Il sabato che precede la prima domenica di maggio, in ricordo della prima traslazione delle spoglie da Pozzuoli alle catacombe di Napoli.
  • Il 19 settembre, anniversario del martirio: è la festa ufficiale, il giorno principale, quello che tutta la città aspetta.
  • Il 16 dicembre, a memoria dell'eruzione del Vesuvio del 1631 che, secondo la fede dei napoletani, si fermò per intercessione del santo.

Il rito è sempre lo stesso, e ogni volta è la prima volta. Dopo la messa, l'arcivescovo apre la cassaforte a doppia serratura, estrae la teca di cristallo con le due ampolle e la mostra ai fedeli, capovolgendola piano, ogni pochi secondi. La chiesa trattiene il respiro. A volte bastano pochi minuti, a volte serve un'ora, a volte — e qui il gelo corre lungo la schiena — non accade nulla. Quando il grumo scuro si scioglie e ribolle tornando rosso vivo, il segnale è dato: sventolio del fazzoletto bianco, applausi, occhi lucidi. E, secondo la tradizione, ventuno colpi di cannone da Castel dell'Ovo ad annunciarlo a tutta la città.

"Futtatenne": la teologia napoletana del santo di famiglia

Ecco il punto che spiega tutto. Per i napoletani il tempo e l'intensità della liquefazione sono di buon auspicio; il ritardo o — Dio ne scampi — la mancata liquefazione sono lette come segno sfavorevole per la città. È qui che il rapporto col patrono diventa una cosa unica al mondo: lo si prega, lo si scongiura, e se fa i capricci lo si sgrida pure. Le celebri "parenti di San Gennaro", donne dalla fede incrollabile, sanno passare dalla litania più struggente al rimprovero più schietto nel giro di una frase.

Perché il napoletano col sacro non tiene distanze: ci convive. E il "futtatenne" è l'altra faccia esatta di questa devozione. Non è menefreghismo, è saggezza antica: davanti a ciò che non puoi controllare — il lavoro, la sorte, il Vesuvio, il traffico di Fuorigrotta — impari a non lasciartene divorare. San Gennaro veglia, tu fai la tua parte e per il resto, appunto, futtatenne. È una carezza e uno scaramantico scrollarsi di dosso il peso del mondo. Un modo per dire: ci pensa lui, e se non ci pensa lui, ce la caviamo lo stesso.

La maglia del patrono: "San Gennà, futtatenne!"

Da questo intreccio di fede, ironia e resistenza quotidiana nasce la nostra t-shirt "San Gennà, futtatenne!" in Limited Edition. Non è una maglietta con un santino stampato sopra: è un pezzo di quella filosofia napoletana che sa stare in ginocchio e in piedi allo stesso tempo, che prega e sdrammatizza, che ha fede senza prendersi troppo sul serio. Portarla addosso è come portarsi un pezzo di Napoli e la sua confidenza col cielo.

E se il legame con il patrono lo vuoi dichiarare in modo ancora più diretto, c'è anche la t-shirt unisex "Dincello a San Gennaro" — "diccelo a San Gennaro", cioè affidati a lui, raccomandati, mettila nelle sue mani. Due modi diversi di raccontare lo stesso amore un po' sfrontato per il santo di casa.

Che tu sia di quelli che il 19 settembre stanno col fiato sospeso davanti alle ampolle, o di quelli che il miracolo lo seguono da lontano ma nel cuore ci credono uguale, questa è la maglia che parla la tua lingua. Falla tua, indossala con quel sorriso mezzo devoto e mezzo furbo che solo qui sappiamo fare, e ricordati la lezione più napoletana di tutte: prega, spera, e per il resto futtatenne. Dà un'occhiata alla Limited Edition dedicata a San Gennaro: San Gennaro veglia sulla città, noi vegliamo sul tuo guardaroba.

Postato in: Napoletanità

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