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Il Rione Carità: le origini, la storia, le evoluzioni
Uno dei tanti luoghi che ne rappresenta il cuore pulsante è il Rione Carità, che si estende in pieno centro cittadino, nel quartiere San Giuseppe ed è delimitato a nord da via Armando Diaz e piazza Matteotti, a ovest da via Toledo, a sud da piazza Municipio e via San Giacomo e, infine, a est da via Medina.
Napoli è ricca di storia e tradizioni, che impregnano le strade, i vicoli e i quartieri raccontando la storia di una città ricca di contraddizioni e senza tempo.
Questa zona, chiamata "territorio di Santa Marta", era uno dei possedimenti terrieri dei domenicani del monastero di San Pietro martire e prendeva nome da una confraternita, quella della Disciplina di Santa Marta, che qui aveva sede, insieme ad un ospedale, dal 1373.
Il boom edilizio ed i mercati
Il vero boom edilizio si ebbe nel XVI secolo, dopo che, nel 1499, sotto il regno di Federico d'Aragona si ampliò la cortina difensiva ad ovest, con le mura che scendevano per l'attuale via Toledo fino a San Giacomo dove si raccordano a Castel Nuovo.
Nell'Ottocento, poi, vennero costruiti due dei più importanti mercati della città.
Il primo, realizzato nel 1811 su progetto di Stefano Gasse, sorgeva presso il largo della Carità, ricavato nell'area conventuale di Monteoliveto (precisamente nel giardino, dove i francesi impiantarono il primo orto botanico della città). Purtroppo crollò nel 1906 in seguito all'eruzione del Vesuvio.
Il secondo, messo in piedi nel 1844 su progetto di Leonardo Laghezza, sorgeva presso il ponte di Tappia, in vico Bei Fiori e Belle Donne, dietro il palazzo Montemiletto. Era molto animato e frequentato per la vendita di pollame e conigli, ma fu eliminato durante i lavori del dopoguerra.
Novecento
Il rione Carità, infatti, assunse il suo assetto definitivo durante il regime fascista e il dopoguerra, grazie agli importanti lavori di riqualificazione e demolizione.
Negli anni trenta, furono abbattute la chiesa di San Tommaso d'Aquino, parte integrante dell'assetto toponomastico del rione, e la chiesa di San Giuseppe Maggiore e, contemporaneamente, aperte via Armado Diaz e piazza Matteotti.
Nell'area detta dei Guantai Vecchi (a ridosso del monastero di Monteoliveto) sorsero il palazzo Troise e quello delle Poste, di Gino Franzi e Giuseppe Vaccaro, completato nel 1936.
Il progetto di demolizione continuò nel dopoguerra, con l'eliminazione della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, il Teatro dei Fiorentini, il sopracitato mercato di commestibili di vico Bei Fiori e Belle Donne e lo storico hotel Isotta & Geneve, pesantemente danneggiato dai bombardamenti della guerra, che sorgeva alla fine di via Medina davanti alla questura.
Proprio nel rione Carità era presente il toponimo più antico di Napoli: l'odierna via Ponte di Tappia che, un tempo, proseguiva oltre via Guantai Nuovi, verso via Toledo, col nome di vico del baglivo Uries. La strada in questione è quella in cui nacque Enrico De Nicola ed era chiamata così in onore del magistrato Carlo Uries, baglivo (funzionario) dell'Ordine Gerosolimitano e reggente di Carlo V, morto nel 1551 e sepolto nella vicina basilica di San Giacomo degli Spagnoli; era proprio qui, infatti, che l'uomo aveva costruito, nel 1533, il proprio palazzo.
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